nikefobia avere successo ma non godersi la riuscita

nikefobia avere successo ma non godersi la riuscita

 

Quando dovevi ancora costruire il tuo futuro, quando ancora stavi percorrendo il tuo tragitto verso i tuoi obiettivi, quando in tasca avevi appena i soldi per le bollette, cosa ti dicevi? Quando arriverò dove dico io, mi toglierò tutti gli sfizi. Viaggerò, mi dedicherò a me stesso/a e non ce ne sarà per nessuno, me lo sarò meritato.

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Ma il successo arriva, arrivano i soldi, la sicurezza, la carriera subisce un upgrade e tu sei ancora lì. Ti arrovelli su cosa farai domani, come andrà domani, e hai paura, paura di perdere quello che hai. Paura che una decisione sbagliata possa retrocederti alla striscia di partenza. Solo che non hai più ne l età, ne la voglia ne la grinta, di ricominciare, e questo ti angoscia ancora di più.

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Gli atleti hanno paura di vincere, i manager hanno paura della carriera e salire ancora. Chi ha pagato il mutuo della casa, ha paura di perderla. Non ti godi nulla, non vai a farti un viaggio perché vuoi rimanere sul fronte, vuoi avere il controllo di tutto e continui a ripeterti…. a se tornassi indietro con la testa di ora, farei molto di più. Non è vero. Perché prima avevi fame, ora hai paura.

Depressione da successo.

Con depressione da successo si definiscono le reazioni disforiche ad eventi soddisfacenti. Si tratta di una depressione paradossa che talvolta segue al raggiungimento di un successo o di un vantaggio più o meno inaspettato.

Nello sport, così come in altri contesti della vita, questo fenomeno non è così raro. E’ il caso dell’atleta che, non appena conquistato un titolo importante, accusa un “inspiegabile” crollo della forma e dell’umore. Si tratta di un forte senso di insicurezza per cui si teme inconsapevolmente la responsabilità legata alle conseguenze del successo.

La depressione da successo, in termini molto generali, nel suo processo di costruzione di realtà assume più o meno la seguente forma: ogni volta che la tristezza prevale sulla gioia, come eco di un successo, significa che l’affermazione conquistata è vissuta come una colpa, dove la vittoria è la prova di un’aggressività che si è lasciata fluire in tutta la sua intensità più pericolosa. L’atleta vittorioso, pertanto, non può rallegrarsi per il successo sportivo perché si colpevolizza nell’intimo, in modo più o meno consapevole, e deve perciò autopunirsi rivolgendo contro di sé l’aggressività distruttiva che lui stesso stigmatizza e che gli ha comunque consentito di raggiungere il risultato, uccidendosi come atleta.

Inibizione al successo

Sono forme dovute a più o meno velati sensi di colpa, che mettono l’atleta nella condizione di ricercare attivamente un processo di autopunizione catartica. In genere si tratta di complesse configurazioni psicologiche in cui il successo è ritenuto non solo un premio non meritato, ma anche il simbolo della realizzazione di inconfessati e illeciti desideri, che devono conseguentemente essere frustrati e temuti in quanto violano gli assetti normativi ed etici che l’atleta stesso ha interiorizzato come componenti costitutive della propria identità.

L’inibizione al successo è la forma più eclatante di nikefobia. La sindrome è decisamente specifica. Può colpire atleti a tutti i livelli, dal più puro dilettante (anche in età scolare) al professionista più impegnato.

Problemi creati dalla paura del successo.

Isolamento sociale ed affettivo.

L’affermazione sportiva o carrieristica, di un ragazzo o di una ragazza, provoca un notevole risentimento nei membri del suo gruppo. Gli amici gioiscono per identificazione con il o la fortunato/a, ma, nel contempo, lo osteggiano per invidia, pensano che lui o lei non abbia più bisogno di loro e arrivano a provocarlo/a per confermare l’ipotesi.

L’isolamento può evidenziarsi anche a livello sentimentale. Il ruolo del o della partner è delicato e vulnerabile. Spesso il partner non riesce ad adeguarsi al nuovo ritmo e tipo di vita a cui il soggetto è costretto e, ancora più spesso, si sente inadeguato al ruolo o decisamente inferiore ai presunti o agli effettivi rivali che il proprio compagno o la propria compagna potrebbero incontrare nel mondo sportivo/lavorativo di cui fanno parte.

Sensi di colpa.

La conquista del successo richiede una notevole aggressività. Questa ha bisogno di essere gestita con disinvoltura fin dall’età infantile affinché ce se ne possa avvalere impunemente al momento opportuno. Invece, esistono tuttora molti climi familiari in cui si tende a frenare la naturale aggressività dei bambini.

Un’aggressività soffocata può avere due sbocchi. O resta inutilizzata a vita, ed allora l’individuo sarà sempre un emarginato, un succube, un debole, un passivo. Oppure non sopporta tanta coercizione ed esplode, superando i limiti della sicurezza sociale e scadendo nella violenza.

L importanza della famiglia

Un errore importante della famiglia, è bloccare in modo violento, le aspirazioni del figlio/a. Perché nel caso si ribelli e prosegua cmq nella sua strada, se ottiene vittoria, sarà come un affronto nei loro confronti. Una rivalsa. E non si godrà il successo. Se fallisce, darà la colpa alla famiglia per non averlo supportato. Sarà un depresso a vita e non troverà mai il suo sbocco professionale.

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Risentimento.

A parte l’atteggiamento repressivo verso l’aggressività, molti climi familiari sono eccessivamente esigenti in merito ai risultati scolastici. Anche a livello sportivo o di carriera.  La punizione è frequente per ogni minima sbavatura, mentre la gratificazione viene concessa solo per prestazioni eccellenti.

Purtroppo questo atteggiamento è diffuso anche nel mondo dello sport, dove molti allenatori sono eccessivamente restii a gratificare gli atleti per risultati appena buoni. Esigendo sempre e soltanto prestazioni eccelse. Questo atteggiamento è frustrante, deleterio, improduttivo.

Successo ereditario in discussione.

Un figlio una figlia che ereditano l azienda di famiglia con il padre e gli zii ancora in vita. Sono spesso sottoposti a paragoni e non sempre ne escono fuori in modo vincente. Non si sentiranno mai all altezza se li si tiene soggetti agli stessi risultati ottenuti dai parenti anziani.

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Anche perché la storia, i tempi, il progresso, cambiano gli stili di vita. Paragonare i successi di un azienda con il passato, è un errore che non si deve mai fare. Quando un erede subentra, con i genitori ancora in vita, l ideale sarebbe dedicarsi a un settore nuovo, dove anche se sbaglia, non ci sono metri di paragone.

Quindi?

In poche parole, bisognerebbe razionalizzarsi sui piccoli traguardi raggiunti volta per volta. Soffermarsi. Darsi un piccolo premio. Come per creare un punto di ripristino, e quindi ripartire da li, ma no da zero..

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One thought on “nikefobia avere successo ma non godersi la riuscita

  1. patrizio il said:

    sono contento che è stato affrontato questo argomento, perchè mi tocca da vicino.

    la mia famiglia ha una azienda di mobili, mobilie varie ( non più le cucine però), dal 1900. Praticamente dagli albori della civiltà.
    io non volevo entrare in azienda, ma la solita solfa del rimane tutto in famiglia, tutto questo è stato costruito per te, altri pagherebbero perchè hai un posto
    sicuro, l ha fatta da padrone, e alla fine ho rinunciato al mio sogno che era quello di fare scuola alberghiera e imbarcarmi e mi sono messo a vendere mobili con
    la famiglia.
    sono stati i 20 anni più orrendi della mia vita. i paragoni erano sempre al negativo, se vendevo qualcosa, mi sentivo dire che il mio bisnonno aveva fatto meglio,
    se non realizzavo nulla, peggio che peggio sulla mia generazione. Nessuno considerava ilfatto che i tempi nel frattempo sono cambiati, l avvento dei grandi centri come
    Ikea, Mondoconvenienza, Mercatoni vari, hanno dato una falciata alle piccole aziende come la mia.
    tutto questo ha inciso sulla mia psiche, rendendomi insincuro, rabbioso. Ho divorziato a causa di questo. La famiglia chiama sempre, ha sempre bisogno di te,
    ti aspira le energie, ti succhia l anima, ma tu giustifichi sempre i tuoi genitori, ti hanno messo al mondo, ti hanno cresciuto, ti senti in dovere sempre e
    comunque.
    Diventi, nolente o volente, uno schiavo delle loro abitudini, specie se stiamo parlando di una famiglia casa e lavoro e patriarcale. Cosi succede, che un bel giorno
    mio padre muore. Si dimentica la rabbia e le controversie e subentra il dolore. Fino a che non si arriva a fare i conti e scopri che i cosiddetti geni degli affari,
    ovvero bisnonni, nonni, padre, erano indebitati e ipotecati a tal punto che neanche se vivessi mille anni, potrei sopperire al debito. E non per causa mia.
    Ho dichiarato fallimento. chiuso tutto. tra dolore e rabbia mi sono sentito liberato, ma ho buttato al vento più di 20 anni. e per cosa? perchè fin da piccoli ti fanno
    sentire in dovere verso di loro. Adesso ho un figlio di 3 anni, con la mia nuova compagna. Lei ha un bar sul lungomare e io mi sono iscritto a un corso di pasticceria
    che sto facendo con passione. mio figlio che ha 3 anni, l altro giorno , ha detto che vuole fare il pescatore, perchè ha visto una barca di pesca. Va bene, che faccia
    il pescatore, o l astronauta o vada a contare le strisce delle zebre, non mi importa. Ognuno di noi nasce con un destino, non facciamocelo disegnare dagli altri.

    grazie di avermi permesso questo sfogo.

    Patrizio da Pescara.

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